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Lavandaie

È nella lunga esperienza a fianco di Teofilo Patini, di cui fu allievo e stretto collaboratore per molti anni, che va ricercata la matrice più vera dell'arte di Carlo Patrignani anche se più lontana dalla diffusa “retorica degli stracci” o dalla compiaciuta pittura del sociale del suo maestro. Perchè, pittore di paesaggi, soggetti religiosi e storici, bozzetti bucolici e settecentesche decorazioni con  ingenue mitologie di ninfe, naiadi e puttini; affrescatore descrittivo e storicistico; creatore, in età avanzata, di piccole Madonne di gusto neoclassico e capoletti dai preziosi fondi oro e carpenterie intagliate; ritrattista, autore di numerosi disegni, mostra in tutte le sue opere una forte volontà descrittiva e moraleggiante nel suo lirico narrare, tramato dalle esperienze del suo vissuto.

Così nel dipinto Lavandaie è ancora una volta l'Abruzzo, prima del suo definitivo trasferimento sulla costa romagnola, la musa ispiratrice dell'artista; l'Abruzzo con i suoi paesaggi”verdi”, entro cui piccole architetture e lacerti di muri riecheggiano la presenza dell'uomo. E dappertutto il circolare di un'aria tremante, densa di luce, con l'eco lontana delle voci sulla sponda del fiume: ancora l'Abruzzo con la sua luce, la sua gamma cromatica vivace, ma mai troppo squillante, il lirismo di certi meriggi assolati in cui il chiarore amalgama colori e suoni.

Somma di impressioni, in un idillio realizzato con larghe pennellate che si innervano di colore o sfumano in queste figurette di pensosa e gioconda grazia; di giovanette immerse nella fatica giornaliera in un'atmosfera velata di luce e un dilagare di eco silenziose giù dalla vetta della montagna. Gesti umili, scorci agresti per una narrazione lirica senza pause del mondo abruzzese e delle sue eroine della “quotidianeità” rese da ampie pennellate, dal misurato impasto di luce e colore, che costruiscono i giovani corpi delle lavandaie. Brevi grumi di colore ne delineano i corsetti; ne aggroppano le pieghe dei vestiti e dei fazzoletti sul capo; ne scolpiscono i corpi tutta energia e solare baldanza giovanile. Echi dell'arte del maestro Patini, del decorativismo dannunziano, declamato da artisti come Giulio Aristide Sartorio e Mario de Maria; della frequentazione del cattolichino Dante Comelli e del bolognese Emilio Filippini con i quali condivise esperienze espositive tra il 1929 e il 1935; della pittura di un Cremona e di un Alberto Bianchi, alla cui arte il nostro rivolse un occhio attento in un'opera che appare una matura e adulta espressione della sua esperienza pittorica e della sua “abruzzesità”.


Paola Di Felice

Autore: Carlo Patrignani
Informazioni: olio su tela cm 93,5 x 63,5 - Firmato e inscritto in basso a destra Patrignani 912 all.avv.to Berardino Marinucci con devozione - Collezione privata

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