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Interno di stalla con figure

Nel 1844 Giuseppe Palizzi, in polemica con l'ambiente ufficiale dei pittori napoletani, decideva di trasferirsi in Francia, che per gli artisti partenopei più insofferenti nei confronti delle istanze accademiche rappresentava un imprescindibile polo di innovazioni estetiche. Qui entrava subito in relazione con gli esponenti della Scuola di Barbizon, frequentando a Parigi lo studio di Constant Troyon, e, successivamente, dopo essersi stabilito a Passy, nella foresta di Fontainebleau, il gruppo di Rousseau, Daubigny, Diaz de la Pena. Giuseppe portava con sé in Francia la cultura contadina abruzzese, nonché una pittura di impronta verista maturata nei primi anni napoletani sulla scia della Scuola di Posillipo. Tali indirizzi ricevevano a Fontainebleau nuove conferme e nutrimenti: a contatto con i barbizzoniers, impegnati nel superamento di una concezione idealizzata della natura attraverso il rapporto diretto col reale, la pittura di Giuseppe si rendeva sensibile alla resa degli effetti atmosferici osservati dal vero: captava luci filtrate e ombre tenebrose, mentre la tavolozza diveniva bassa e cupa, con predilezione per le tonalità terrose e bruciate, e la pennellata si faceva più larga e sommaria, accogliendo allo stesso tempo accenti di modernità courbettiana nella stesura a macchia con audace sintesi di forma, luce e colore. Il 16 dicembre 1846 Giuseppe scriveva al fratello Filippo, rimasto a Napoli, pregandolo di inviargli un “piccolo quadretto anche di soli animali” oppure qualche studio “in penna o alla seppia di due o tre vacche in differenti posizioni”. E' a partire da questo momento che l'artista inizia ad avvalersi di modelli del fratello, già apprezzato pittore di animali, inserendoli nei suoi paesaggi. La combinazione tra quadro di paesaggio e quadro di animali era già stata sperimentata in Francia da Constant Troyon e Rosa Bonheur, pittori attenti alla lezione degli olandesi del Seicento, e aveva già guadagnato il caloroso successo del pubblico. Sulla scia di questi più rinomati artisti Giuseppe Palizzi si affermava così nei Salon parigini tra i più significativi “animalier”, secondo la definizione coniata da Teophile Gautier nel suo saggio Du beau dans l'art, alternando opere con animali ambientati in ampi e maestosi contesti naturali, a dipinti campestri in cui greggi e armenti erano protagonisti di vivaci e spesso arcadiche scene di genere. Più raramente affronterà, come in questo caso, il motivo dell'interno di stalla (si vedano, tra i pochi esempi noti, Interne de bergerie esposto al Salon del 1883, ritraente l'interno di un ovile con pecore, montoni e gallina, cit. in A. Mezzetti, 1955, p. 345 n. 131, e Nella stalla, olio su tela, 27 x 35, in Collezioni private e Raccolta Boccolini. Esposizione e vendita, II parte, Milano 1954, n. 85, p. 16), presente invece abbondantemente nella produzione del fratello Filippo.
L'opera ritrae una scena di mungitura. Rispetto al minuzioso verismo di Filippo, gli animali sono dipinti nella consueta maniera larga e abbreviata propria degli anni francesi di Giuseppe, con pennellate libere e spezzate. Tipico dell'artista è la resa vera, palpitante di vita, del bestiame, la capacità di captarne l'indole e i sentimenti. Si vedano la vitalità delle caprette che salgono verso il ragazzo sulla destra, lo sguardo docile e allo stesso tempo languido della mucca, mentre alle figure umane è riservato, come di consueto, un disegno più sintetico e sommario e una minore attenzione espressiva. La scena si rivela soprattutto un pretesto per una magistrale rappresentazione della luce che, entrando dalle due aperture di destra, accende di riflessi caldi e dorati la paglia del terreno, definita da veloci pennellate, rende vibrante la gonna della donna, con sottili striature d'effetto cangiante, e raggiunge la massima intensità nel manti della mucca, dove si stempera in una moltitudine di bagliori, con potente stacco rispetto all'oscurità del fondo. E' questo il perno luminoso dell'opera, una sorta di aura in grado di conferire all'umile lavoro quotidiano dignità artistica e un significato quasi sacrale, universale.

Sabrina Spinazzè


(da “Gente d'Abruzzo. Verismo sociale nella Pittura abruzzese del XIX secolo”, Roma, 2010)

Autore: Giuseppe Palizzi
Informazioni: olio su tela cm. 90 x 117 - firmato in baso a destra Palizzi - Collezione privata
Bibliografia:
  • Il valore dei dipinti dell'Ottocento, Allemandi Ed., XI ed., 1993-1994, tav. col.
  • Catalogo Asta Christie's Arte del XIX secolo, Roma, giugno 2000, lotto 357, ripr. col.
  • AA.VV.: Gente d'Abruzzo. Verismo sociale nelle Pittura abruzzese del XIX secolo, Cat.
  • Mostra a cura di P. Silvan, Assisi, 2010, Ed. Scienze e lettere, Roma.

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