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Il parlatorio delle monache

Il dipinto raffigura in realtà tre suore che fanno ritorno al Convento di Sant'Antonio a Pettorano sul Gizio, oggi non più esistente.
L'opera, firmata e datata, V. Alicandri 1893, fu donata dall'Autore alla città di Sulmona, come si apprende dalla scritta in calce: Al Municipio della mia Città dono questo mio dipinto giovanile.
Presumibilmente il pittore, anche prolifico cartellonista pubblicitario, si formò e crebbe artisticamente all'ombra del suo amico di sempre, Alfonso Rossetti, di quattro anni maggiore, frequentando con lui il medesimo gruppo di intellettuali sulmonesi, Piccirilli, Pansa, De Nino, in stretti rapporti con Teofilo Patini e i suoi allievi, ma anche con Michetti e il suo Conventino francavillese, che annoverava Gabriele D'annunzio fra gli ospiti più assidui.
Il parlatorio delle monache è la prima tela ad olio che noi conosciamo di Vincenzo Alicandri, pittore non ancora indagato dalla critica storico artistica, pur essendo la sua biografia ben delineata.
Con gusto romantico egli rappresenta la scena all'ora del crepuscolo, soffermandosi sulla luce e sugli effetti che essa produce nei colori e nella materia.
La striscia luminosa è tinta di giallo e meglio si presta ad esaltare l'andatura svelta delle suore ed a mostrare, di riflesso, ogni singolo dettaglio: il portale quattrocentesco, la chiesa di Sant'Antonio, la lunetta con la Madonna ed il Bambino affiancati dagli angeli, l'elegante finestra barocca, il vano della scala laterale con i gradini di pietra, il vialetto alberato sullo sfondo.
Le due suorine avanzano con passo leggero, la terza spinge l'uscio per rientrare in convento, mentre la penombra sfiora l'inaspettata parete lignea esterna, scolpita ed intagliata con perizia.
Le rose, sparse a terra, sono appena cadute dai grandi mazzi che celano in parte le tonache. Sono rose delicate, bellissime, dalle corolle aperte che rilasciano i petali: sono al termine della loro fioritura, in attesa di appassire definitivamente. Sono macchie di colore, bianche, rosa, arancio tenue, accese dalla scia luminosa distesa, come una passatoia sull'acciottolato antico, spunto di meditazione sul significato caduco della vita e del destino dell'uomo. Gli stessi fiori, di uguale tipologia e levità, li ritroviamo alcuni anni dopo nella Vergine Annunciata della volta del Santuario di Pratola Peligna (AQ) (1902-08), dipinti da Amedeo Tedeschi, allievo prediletto del Patini e amico anch'egli, come Alicandri, di Alfonso Rossetti.
Le pennellate pastose e date a corpo sulla nostra tela testimoniano la conoscenza diretta degli esemplari pittorici di Rossetti, ma anche l'influsso dell'arte geniale di Francesco Paolo Michetti, la cui lezione trasparirà anche nelle opere tarde, dai colori sempre più accesi.
Seppure giovanissimo, Alicandri mostra in questo dipinto di aver compreso la modernità e l'originalità del pittore casauriense, in particolare l'importanza della fotografia quale mezzo per comporre la scena pittorica nel migliore dei modi. Nel Parlatorio infatti l'artista dà prova di conoscere la macchina fotografica e di saperla utilizzare, proprio come Michetti faceva già da tempo, rappresentando con un fermo di immagine l'attimo in cui le azioni si compiono, contemporaneamente, quasi che un obiettivo le avesse bloccate nella loro progressione temporale, in un istante del tempo fissato per sempre.

 

Enrichetta Santilli

Autore: Vincenzo Alicandri
Informazioni: olio su tela cm. 87 x 150 - firmato e inscritto in basso a destra “V. Alicandri 1893. Al Municipio della mia Città dono questo mio dipinto giovanile” Sulmona - Pinacoteca Comunale di Arte Moderna

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