Valerico Laccetti Previous

Biografia - Laccetti

 

 

 

Nasce a Vasto d'Abruzzo il 18 giugno 1836 e nella stessa città assume i primi insegnamenti letterari e scientifici. Si trasferisce poi, seguendo la sua naturale inclinazione per la pittura, a Napoli ove, dopo aver vinto nel '53 il concorso dell'Accademia napoletana con l'opera Aiace Oileo si salva dalla tempesta e conseguito nel '55 un premio per la prospettiva all'Esposizione Napoletana, nel '57 si iscrive all'Accademia di Belle Arti avendo come primo maestro il suo illustre conterraneo Filippo Palizzi. Da questi erediterà la straordinaria capacità di tratteggio nella figurazione animale e in genere nella rappresentazione di interni fin quasi ad eguagliarne per qualità, in talune prove, la resa compositiva.

Si presenta alla Prima Promotrice “Salvator Rosa” con l'opera Il tarlo, scena di genere contadino di particolare vivacità espositiva e comunicativa. Partecipa anche alla seconda edizione della stessa  Promotrice avendo la soddisfazione di vedere acquisito un suo quadretto di genere, Figure di bestiame, dal re Vittorio Emanuele che lo colloca nella reggia di Capodimonte.

Segue un periodo connotato da difficoltà economiche da cui la decisione di integrare l'ancora  modesto introito della vendita dei dipinti con i proventi derivanti dall'insegnamento del disegno.

Nel 1861 si reca a Firenze in visita alla prima Esposizione Nazionale Italiana. 

Nel 1863 si trasferisce a Roma ove soggiornerà per nove anni licenziando una produzione pittorica per alcuni versi commerciale (corrisposta dal mercato), nell'ispirarsi reiteratamente ai temi cari alla tradizione palizziana e privilegiando gli interni, soprattutto di stalla e in genere la figurazione animalistica. Di questo periodo restano famose le numerose repliche delle opere Due caprette e Un asinello, abusate per compiacimento della committenza ma connotate, nelle performance più fortunate, da vitalità e da una certa autonomia espressiva a fronte delle reminiscenze di Accademia.

Nel 1872 si reca a Parigi soggiornandovi per sette mesi. Qui il Nostro segna il massimo impegno artistico ed esprime la maggiore forza espressiva, seguendo da presso la lezione paesaggistica del Barbizon e respirando intensamente l'aria della “Fointainebleau” già cara al suo conterraneo Giuseppe Palizzi. I temi sono quelli tradizionali del naturalismo ottocentesco; in particola la sua opera denominata Souvenir de Fontainebleau (dipinta appunto nella foresta francese) consegue un certo successo nell'ambiente parigino prima di essere inviata alla Promotrice “Salvator Rosa” di Napoli dello stesso anno riscuotendo anche lì notevole consenso e confermando dell'Autore la valenza di grande pittore animalista.

Nel 1873 torna in Italia e nello stesso anno espone alla Società Amatori e Cultori delle Belle Arti otto tele (Dopo il lavoro, Sulla Montagna, L'abbeveratoio naturale, La Marée aux fus au Fontainebleau, Scherzo infantile, Passaggio pericoloso, Effetto di luce interna, Campagna con due buoi), consacrandovi la raggiunta maturità artistica e il pieno affrancamento dalla seppur importante lezione tematica palizziana.

La conferma del notevole valore raggiunto avviene lo stesso anno alla Esposizione di Vienna ove il Nostro è presente con due grandi composizioni, Il ritorno dal lavoro e Un parasole in pericolo, per le quali consegue un premio. Nuovi riconoscimenti arrivano nel 1874 e nel 1875 con esposizioni al “Salon de Paris” (Pendant l'orage, Après l'orage, La campagna romana, Un nuovo Orfeo). Per questi importanti successi internazionali il pittore viene insignito dal Governo italiano della Croce della Corona d'Italia.

Nel 1875 è presente all'Esposizione Amatori e Cultori con due opere (La vedova e La ragazza). Nel 1878 si conferma alla stessa esposizione con l'opera Una madre che scherza col bambino ottenendo una medaglia d'argento.

E' questo il periodo in cui il Laccetti, accantonata la tematica naturistica e l'elaborazione di temi campestri, si cimenta con soggetti diversi tra cui lo studio della figura con l'ottimo risultato della tela La tradita.

Di lui scrive V. Bindi: “Verista in quanto si riferisce alla plastica, ed alla rappresentazione del rilievo della forma e il colore degli oggetti ... il Laccetti è nello stesso tempo profondo conoscitore, come del vero carattere degli animali che a meraviglia ritrae, così della storia che felicemente e con molto acume interpreta”.

A partire dal 1880 il pittore di fatto ricerca nuove e dichiaratamente più impegnative tematiche proponendo temi e motivi di ispirazione storica e religiosa. . Dopo quasi quattro anni di fervido impegno, connotato anche da una laboriosa fase preparatoria, licenzia nel 1883 la sua opera più famosa e celebrata, il Christus imperat, ricca di una sua vitalità espressiva propria seppure non immemore della lezione della grande pittura storica napoletana, prima fra tutte quella di Domenico Morelli e Saverio Altamura. Il quadro (acquistato successivamente dal Comune di Chieti ed esposto attualmente nella Sala del Consiglio della Provincia di Chieti) viene presentato alla Esposizione internazionale di Roma dello stesso anno consacrando la fama dell'Artista di fronte di un vasto pubblico soprattutto per la capacità ampiamente dimostrata di interpretare tematiche di alto profilo e padroneggiare tecnicamente superfici pittoriche di ampie dimensioni.  L'opera si connota anche per il rigore filologico della riproduzione dei personaggi storici unita allo sforzo di liberare efficacemente la grande forza evocativa della scena.

Contemporaneamente, e verosimilmente per esigenze economiche, il pittore non abbandona temi e formati cari al grande pubblico; licenzia in quegli stessi anni altre godibili scenette di genere: Le gioie della famiglia (con cui partecipa  alla Mostra degli Amatori e Cultori del 1882), Scena pastorale, Asinello con alcune pecore, Toro, Contadino sull'erba, Idillio.

Nel 1887 si presenta a Venezia con una importante serie di opere ambientate nella campagna romana (Campagna romana, Bufali e pecore nella campagna romana, Effetto di un fulmine), serie  che replicherà, con successo nel 1900 alla Esposizione  Riunita della Società Amatori e Cultori di Belle Arti.

La sua produzione non segna da qui ulteriori stravolgimenti tematici di rilievo salvo citare la realizzazione dell'opera Christus vincit (esposta alla Permanente di Roma del 1891 e a cui il pittore annette una grande aspettativa di risultato), rimarchevole per la ricchezza di valori etici ma unanimemente giudicata inferiore al Christus imperat.

Altre opere note  della produzione laccettiana appartengono ancora alle tematiche pastorali (La mandria, Ritorno dai pascoli, Catechismo in campagna), al genere bozzettistico (Ricreazione, Una famigliola, Il racconto della nonna) o altro (Soldati vecchi e nuovi, La civiltà che fuga l'ignoranza, Due pini, Un pensatore).

All'inizio del secolo il Laccetti libera un'altra sua naturale inclinazione artistica dedicandosi al teatro e al romanzo. Nascono così il dramma Fede coniugale (rappresentato al Nazione di Roma) e le tragedie Arrigo VIII Re e Papa (Lanciano Carabba, 1902) e San Francesco d'Assisi (Roma, Roux e Viarengo,1906).

Valerico Laccetti muore nella sua casa di Roma l'8 marzo 1909 “laudato e pianto” come si legge nell'epigrafe sulla casa natale in Vasto.


Pasquale Del Cimmuto

 

 

 

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