Teofilo Patini Previous

La morte di Jacopo Ortis

  Il signor T accorse sperando di salvare la vita al suo misero amico. Lo trovò steso sopra un sofà con tutta quasi la faccia nascosta fra’ cuscini: immobile, se non che ad ora ad ora anelava. S’era piantato un pugnale sotto la mammella sinistra ma se l’era cavato dalla ferita, e gli era caduto a terra. Il suo abito nero e il fazzoletto da collo stavano gittati sopra una sedia vicina. Era vestito del gilè. de’ calzoni lunghi e degli stivali; e cinto d’una fascia larghissima di seta di cui un capo pendeva insanguinato,...La ferita era assai larga, e profonda... Gli pendeva dal collo il ritratto di Teresa tutto nero di sangue, se non che era alquanto polito nel mezzo... Stava su lo scrittoio la Bibbia chiusa e sovr’essa l’oriuolo; e presso, vari fogli bianchi; in uno de’ quali era scritto: Mia cara madre: e da poche linee cassate, appena si potea rilevare, espiazione; e più sotto; di pianto eterno...

La descrizione che il Foscolo fa del suicidio del giovane Jacopo è alquanto analitica, precisa fin nei suoi particolari più crudi e tale da poter instradare una trasposizione pittorica dell’episodio su una descrizione piuttosto agevole, almeno da un punti di vista formale.

Patini offre invero del “suo” Ortis una narrazione alquanto libera nei particolari: segnatamente rispetto all’abbigliato del giovane suicida, l’arredo della stanza, la varia suppellettile. Tanto libera da ingenerare infine addirittura qualche dubbio sulla reale identità del soggetto rappresentato. 

C’è da dire che il dipinto è conosciuto da sempre col titolo riferito al personaggio foscoliano fin dalla prima citazione in letteratura (cfr. C. Savastano Patini e la sua gente, 1982, Tav. VIII/2) confermata poi dalla altrettanto autorevole lettura di Stefano Gallo nella scheda compresa nell’opera monografica Teofilo Patini  di F. Bologna. Ne scriviamo perciò qui con tale riferimento nominale.

Il dipinto, noto per la sua stabile collocazione in Collezione Enzo Buzzelli di Novara, riemerge dal magma (non sappiamo invero quanto grande ma sicuramente assai eterogeneo, multiforme nelle espressioni pittoriche e per certi versi anche di difficile connotazione e contestualizzazione) delle opere meno note del Patini e si offre al pubblico dei cultori e degli studiosi per una ulteriore riflessione, interessante soprattutto al riguardo di alcune notazioni  stilistiche e, per altri versi, delle tematiche assunte nel corso degli anni dal Maestro di Castel di Sangro.

Il già citato Stefano Gallo al riguardo ne pone un accostamento con il dipinto Uno studente bocciato di Michele Cammarano (1869, Gall. Nazionale di Arte Moderna di Firenze), accostamento significativo beninteso solo per il dato formale: segnatamente alcuni particolari dell’ oggettistica riprodotta (la cassetta verde ai piedi del letto, il letto stesso variamente disfatto), ambientali (il muro scrostato sullo sfondo) e per la posa del protagonista appoggiato su una sedia, disteso con le gambe abbandonate. Il tutto connotato da un estremo disordine degli ambienti.

Ben diverso  è invece il pathos che pervade le due scene: in quella di Cammarano prevale un tono borghese e quasi goliardico, in Patini risultando palpabile, al solito, la ben più cupa atmosfera del dramma.

L’eroe patiniano è descritto in maniera accademica, con reminiscenze di calligrafismo anatomico evidente soprattutto nella descrizione del torace che emerge ansante dalla candida camicia squarciata (che rimanda concettualmente al personaggio ferito del Buon Samaritano) e nelle mani, la destra in totale abbandono, la sinistra serrata  nella presa di un fazzoletto tragicamente intriso di sangue.

Sempre Gallo fa notare la apparente affinità descrittiva dei particolari dell’abbigliamento dell’uomo (segnatamente i pantaloni e le calze) con la singolare rappresentazione di spalle del Goethe alla finestra nel suo appartamento romano di Via del Corso in un piccolo, prezioso dipinto di Willhelm Tischbein (Haina 1751, Eutin 1829), conservato appunto nella “Casa di Goethe” a Roma in Via del Corso, che coglie il poeta tedesco anch’egli immerso in un’atmosfera del tutto borghese e disincantata “... appoggiato al davanzale della sua stanza, le finestre spalancate in faccia al giorno, la posa ciondolante e svagata come fosse appena uscito dal letto”.

E’ verosimile collocare cronologicamente il dipinto in esame nel periodo del soggiorno romano del pittore sangrino (che corre notoriamente dal 1870, anno in cui consegue il pensionato di studio in quella città agli inizi del 1873); esso rappresenta un esempio di pittura di tema a mezzo tra il carattere storico e quello borghese espressa nel momento in cui già si andavano preparando i temi e gli stilemi della tematica cosiddetta “sociale”, la quale a mo’ di studio, non tralasciando l’approccio analitico alla figura si esercita tra l’altro con la anastatica descrizione di interni e quella altrettanto minuziosa di suppellettili domestiche che connoteranno poi alcune delle sue prove più celebrate a partire da L’erede.

Pasquale Del Cimmuto

Autore: Teofilo Patini
Informazioni: olio su tela cm. 50 x 60, firmato in basso a destra “Patini” - Già in Collezione Enzo Buzzelli, Novara - Collezione privata Torino
Bibliografia:

Savastano C.: Teofilo Patini e la sua gente, L.U. Japadre Ed., L’Aquila, 1982, ripr. col. Tav. VIII, pag. 120.

Bologna F. (a cura di): Mostra di Teofilo Patini, L’Aquila - Napoli, 1989-1990, Cat. Ed. Comitato per le Celebrazioni Patiniane, 1989.

Bologna F. (a cura di): Teofilo Patini (1840-1906), EGI, S. Atto (TE), 1990, ripr. b.n. 28/b, scheda N. 38, pag. 307.

 

Esposizioni:

Mostra di Teofilo Patini, a cura del Comitato per le Celebrazioni Patiniane, L’Aquila - Napoli 1989-1990.

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