Teofilo Patini Previous

La compagnia della morte

Questo dipinto raffigura un episodio, certamente romanzato, raccontato da Bernardo De Dominici nelle biografie di Aniello Falcone e di Salvator Rosa.

“Era stato Aniello insin dalla sua giovinezza inclinato alla scherma, e come di solito di quei che maneggian le spade, faceva anch'egli il bizzarro e 'l bravo. A questo suo naturale avea messo  qualche freno la moglie, siccome avvenir suole; ma portò il caso, che non so per qual cagione venendo a parole un suo parente con due soldati spagnoli, fu da essi ucciso, e volendone il Falcone con alcuni suoi scolari animosi, ed altri amici trarne vendetta, furon sempre soverchiati da altri compagni, che i due soldati si avean procurato, sicchè ne restò ucciso un de' mentovati scolari. Di là a pochi giorni accadde la famosa rivoluzione di Mase Aniello, onde il Falcone stimando questa occasione molto opportuna per vendicarsi, pensò di fare una compagnia di scolari, amici e parenti, che uniti insieme camminando ove li portasse il capriccio sacrificassero al loro sdegno quanti spagnuoli venisser loro davanti. Fattone dunque parola co' discepoli, come giovani e spiritosi, , applaudirono e consentirono al maestro, ed andati da parenti, ed amici, tutti si unirono sotto la condotta di Aniello, che dichiararon loro capo, e la compagnia chiamaron della morte [...]. Discepoli del Falcone eran Salvator Rosa tornato poco prima da Roma, Carlo Coppola, Andrea di Lione, anche parente di Aniello, Pietro del Po, che poi si fuggì in Roma,  Paolo Porpora, già compagno di Salvator Rosa, ed altri di minor nome. Lo seguivano Giuseppe Marullo, discepolo del cavalier Massimo, col suo discepolo Giuseppe Garzillo, Cesare e Francesco Fracanzano, discepoli dello Spagnoletto, e pittori di buon nome, Andrea Vaccaro col giovanetto Nicola suo figliuolo, ed il famoso Viviano, pittore di prospettive [...]. Era  però bello il veder costoro armati di spada e di pugnale, com'era l'uso di que' tempi, passeggiare per le strade, e far tutto da gradassi, o da palladini,  e poi la notte starsene ritirati in casa, e dipinger con forza di lume artificiale [...]; or costoro camminando uccidevano quanti disgraziati Spagnuoli gli si paravano davanti, senza usar loro la minima misericordia [...]” (B. De Dominici, 1742-44, ediz. Di Napoli, 1840-46, vol. III, pp. 224-25).

Primo Levi nel saggio del 1907 ricorda in appendice un quadro intitolato la Compagnia della morte, ma non sappiamo se si riferisse al dipinto in questione o al più famoso Arte e libertà, opera di soggetto analogo. Lo stesso Patini, in un elenco di opere redatto negli ultimi anni di vita,  (cfr. C. Savastano, 1982, Appendice 3, p. 97), cita una Compagnia della morte acquistata dal Principe Amedeo di Savoia, il quale però fu il compratore alla Promotrice del 1868 del dipinto Arte e libertà. Il catalogo della Mostra aquilana del 1935, redatto da Ettore Moschino, indica col titolo Salvator Rosa e la Compagnia della morte il quadro in discussione, ne ricorda l'appartenenza alla collezione dello scultore napoletano Francesco Jerace e propone come datazione gli anni 1865-66. Nel 1949 Virgilio Serafini, nel saggio Teofilo Patini. Il pittore dei poveri, racconta come Jerace avesse acquistato il dipinto su consiglio di Domenico Morelli, ma dalla descrizione che ne fa si comprende che il critico si riferiva ad Arte e libertà.

Nella mostra aquilana del 1954, curata da Nicola Ciarletta, il dipinto di collezione Jerace non fu per niente citato e si presentò il quadro Arte e libertà col titolo la Compagnia della morte indicandone proprietario il barone Francesco di Rienzo.

Da un attento confronto delle fotografie delle due opere e la citata letteratura, possiamo affermare che solo il Moschino ha visto giusto, avvalendosi forse della testimonianza dello stesso Jerace, morto nel 1937. Anche la data proposta nel catalogo del '35 è da ritenersi attendibile, in quanto l'opera da un punto di vista stilistico va collocata tra Il Parmigianino del '64 e  Arte e libertà del '67.

Come per il dipinto relativo al sacco di Roma, Patini si rifà a un antico biografo di Artisti, il De Dominici, che già Bernardo Celentano aveva utilizzato come fonte letteraria per il dipinto giovanile Lo Zingaro pittore, tratto dalla Vita di Andrea Solario. A differenza del Parmigianino, che é la rappresentazine di un momento descritto molto precisamente dal Vasari, La Compagnia della morte é una scena del tutto inventata da Patini, il quale, preso lo spunto dal racconto del De Dominici, elabora una composizione che ha ancora molto dell'impianto accademico del quadro precedente, ma vi introduce elementi più moderni.

Lo squarcio di paesaggio che si intravede dal balcone spalancato e la luce che penetra nello studio di Salvator Rosa denunciano la scelta di Patini di mettersi sulla strada degli ultimi quadri di Bernardo Celentano e dei suoi tentativi di rinnovare la pittura di storia immaguinandola en plein air. Il modello più pertinente, in questo caso, ci appare il Benvenuto Cellini a Castel Sant'Angelo, come si vede dal confronto tra la figura del Cellini e quella del Falcone, entrambe solidamente impostate nella medesima positura a gambe divaricate, e dall'atteggiamento enfatico degli altri personaggi, disposti a schiera e a piccoli gruppi, colti in un preciso istante dell'azione rappresentata.


Rosanna Cioffi

Autore: Teofilo Patini
Informazioni: olio su tela cm 130 x 210 - firmato in basso a destra Patini - Collezione privata
Bibliografia:

  • Savastano C.: L'arte di Teofilo Patini, Ed. Rotary Sulmona 1971, tav. b/n IV
  • Don Riccardo: Profilo storico della pittura italiana dell'Ottocento, Belle Arti Editoriali, Roma,tav.  b/n pag. 233
  • Bologna F.: Teofilo Patini, Ed. Comitato Celebrazioni patiniane, 1990, ill.ne b/n pag. 281, Tav. 8/b

 

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