Pasquale Celommi Previous

Gli sposi

L’opera, di enorme interesse nell’iter espressivo del nostro artista,  ne anticipa il passaggio, dalla maniera fiorentina durante il suo soggiorno a Firenze, a quella rosburghese dopo il suo ritorno nella natia Roseto dove “potè sciogliersi dalle pastoie onde lo aveva avviato quella accademia e studiare quella natura rustica..” come testimonia l’opera più tarda Uno sposalizio abruzzese, nella cui trattazione dovette avere presente l’opera del venosino Giacomo Di Chirico e soprattutto quella di Paolo Michetti, legato al nostro da amicale frequentazione corroborata da preziosi consigli artistici. Che si tratti di una citazione dell’opera Uno sposalizio abruzzese, realizzata tra il 1884 e il 1886, é già evidente nella resa della figura maschile e dell’anziana, che si staglia sullo sfondo della scena, mentre osserva compiaciuta la coppia di giovani diretti, quasi con un simbolico passo di danza, nell’aia dove un piccolo cane assiste divertito a quanto sta accadendo. Giovane, quasi timorosa di apparire troppo determinata e sicura di sé, la figura femminile é caratterizzata da un atteggiamento schivo e riservato; diversa dalla sposa ritrosa ma piena di baldanza contadina dell’opera sopra citata che racconta una scena di matrimonio abruzzese! Qui la sposa esprime, con un sorriso appena abbozzato, la sua gioia; assai più giovane e perplessa dinanzi alla incontenibile gioia dello sposo che sorride beato e avvolge con il suo tenero sguardo la fanciulla. Nel dipinto del matrimonio la commozione del futuro sposo é più trattenuta mentre, nel nostro, l’uomo é tutto proteso verso la sua sposa, chiusa, nella sua riservatezza di donna consapevole, cui la modestia dell’abbigliamento conferisce la dignità di novella creatura della realtà bucolica che avvolge entrambi. E in effetti l’atmosfera é, anche in questo dipinto, primaverile, in un tripudio di colori che la sapiente tavolozza cromatica dell’artista modula con perizia e abilità compositiva, circondando i personaggi della scena e trasfondendo elegiaca serenità anche nei particolari che rimandano ad un’atavica povertà. Sicché le povere botti non rinviano a recipienti  spillanti il dolce nettare degli dei quanto, piuttosto, a oggetti pietrificati dal mancato o scarso utilizzo delle stesse, sullo sfondo di muri scrostati e sciupati dal tempo che tutto distrugge e travolge assistito dalla miseria e dalla povertà, silenziosi e muti testimoni, in contrasto con la natura circostante. E intanto il piccolo cane, simbolo della fedeltà coniugale e della promessa pronunciata durante il rito del matrimonio, scodinzola rivolto agli sposi, simbolica testimonianza di un giuramento d’amore eterno E tutto attorno una natura densa, corposa, viridescente, all’interno di una scena immersa nella luce zenitale di una calda e assolata mattina primaverile, a riecheggiare la vena elegiaca dell’artista rosetano per il quale la consapevolezza di una vita di dolore e di stenti  non riesce mai a tradursi in cupa gamma cromatica ma piuttosto solletica le corde del brio e della vivacità. Azzurro, verde, rosa, ocra: pennellate di colore che risucchiano in un vortice di luce anche i particolari più miseri della scena e recuperano tanta arte del maestro e amico Francesco Michetti. Una scena gaia, dunque, con i personaggi di un vissuto contadino del meridione, contrappuntata  dalla luce che  si stende su ogni particolare del dipinto; circola, vivida, tra persone e cose e conferisce ritmo, dinamismo, energia e vigore espressivo alla cromia di cui sono impastati uomini e oggetti,  miseri ma attori “protagonisti” sul palcoscenico della vita.

L’opera, di cui esiste una foto con la rappresentazione dell’identico soggetto e minuzia di particolari,  di proprietà di Luigi Celommi (cfr Giorgia Calisti, Pasquale Celommi tra arte e fotografia, p 167), potrebbe far propendere per una datazione tra fine ‘800-inizi ‘900 dal momento che, citando la Calisti “Luigi Celommi afferma  che il nonno cominciò ad avvalersi del supporto fotografico  subito dopo il 1900, quando, in pratica, il figlio Roberto intraprese la professione di fotografo” (vedi Giorgia Calisti, op. cit., p.86).E tuttavia ciò non esclude  che l’artista già prima si avvalesse di foto nella scelta  di inquadrature  e soggetti, come accadeva già da metà dell’800 a molti altri pittori, non escluso lo stesso Francesco Michetti, cui il nostro sottopose più di una volta, i suoi dipinti per un suo autorevole giudizio. Posteriore, dunque, al dipinto Uno sposalizio abruzzese, con un terminus ante quem non tra il 1884-86, l’opera, per la qualità pittorica, il tocco espressivo, il taglio ardito dell’inquadratura, potrebbe essere riferito agli anni ’87-90, periodo precedente alla produzione di tele più scadenti, per qualità e soggetti scelti, perché collegate alla richiesta sempre più forte del mercato con tempi di produzione più brevi.


Paola Di Felice

Autore: Pasquale Celommi
Informazioni: Olio su tela, cm. 81X57 - firmato in basso a destra P.Celommi - Collezione privata

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