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Biografia - P. Celommi

Pasquale Celommi è senza dubbio uno dei più valevoli esponenti del verismo abruzzese ottocentesco.
Capostipite di una famiglia di artisti, oggi  - con Michetti, Patini ed i Palizzi- è annoverato tra gli autori che hanno segnato maggiormente il corso dell’arte abruzzese.
Pasquale Celommi nasce il 6 gennaio 1851 a Roseto degli Abruzzi in una modesta famiglia di artigiani e pescatori.
Il futuro prospettato per lui probabilmente è quello di imparare il mestiere paterno di ciabattino, ma appena tredicenne viene notato per la sua abilità nel disegno da Camillo Mezzopreti, facoltoso signore della zona, che decide di finanziare i suoi studi ed avviarlo all’arte.
Nel 1873 vince il concorso per il pensionato artistico indetto dall’Amministrazione provinciale di Teramo e si trasferisce a Firenze per frequentare la Scuola libera del nudo del maestro Antonio Ciseri. Celommi è l’unico artista abruzzese della sua generazione a scegliere Firenze invece che Napoli, centro propulsore di tutta la cultura centro meridionale; avrà comunque modo negli anni di interiorizzare la lezione partenopea, così che questi due elementi – la formazione fiorentina  e l’influenza fortissima delle tele napoletane (e dei suoi conterranei più illustri) - ne faranno un artista di ampio respiro, volutamente semplice, come appunto da maniera fiorentina,  e attento alla ricerca della luce, peculiarità invece dello stile napoletano.
In questi anni Celommi si inserisce nell’ambiente dei salotti borghesi, ambito in cui trovano particolare favore le sue odalische – un ciclo di tele accostabili ad un certo gusto orientaleggiante dell’epoca – ed i suoi nudi, debitori senza dubbio della lezione di Ciseri.
Portati a termine i suoi studi, nel 1881 fa ritorno a Roseto con la giovane famiglia: la moglie Giuseppina Giusti ed il primogenito Raffaello, nato a Firenze il 19 aprile di quello stesso anno.
In questo periodo Celommi si dedica alla composizione di opere di soggetto popolare, ispirate alla vita della campagna abruzzese, molto vicine alla prima produzione di Michetti, suo coetaneo ed amico. Tra queste  merita un’attenzione particolare Uno sposalizio abruzzese (o Il matrimonio) (1884-86), tela in cui sono già presenti tutti gli elementi dell’arte matura di Celommi: la luminosità, la leggerezza dell’insieme (ottenuta grazie ad una forte plasticità dei numerosi personaggi) ed un marcato gusto per il particolare, sempre riportato con tratto nitido e pulito.
Nel 1888 Pasquale Celommi partecipa alla II Esposizione Operaia Provinciale di Teramo con  Il matrimonio ed altre cinque importanti tele, tra cui L’operaio politico (o La Vedetta) (1888) che certamente è da considerare uno dei capisaldi dell’opera del pittore; rielaborando in maniera personale numerose influenze,  Celommi ottiene un ritratto immediato ed espressivo accostabile senza dubbio al verismo sociale patiniano. Di questa tela si legge in un articolo de “Il Resto del Carlino” del 4 luglio 1888: Ultimo per ragion di esposizione, ma forse primo per merito è Operaio politico, una figura di vecchio che spicca risolutamente dalla tela e s’impone ai vostri occhi, qualche cosa di una vitalità insuperabile, vitalità a cui concorrono tutti i particolari che l’artista ha curato, e che in questo caso sono di un effetto eccezionale. L’espressione del viso, chino sul giornale, indica a colpo d’occhio la potenza artistica di chi l’ha dipinto (Cont., L’Esposizione operaia di Teramo, “Il Resto del Carlino”, anno V, n. 24, nota 186) 
Grazie al consenso riscosso alla mostra teramana, negli anni successivi Celommi ottiene numerose committenze da parte dei signori della zona - tra cui anche l’industriale Giovanni Thaulero – sia per i ritratti che per tele di soggetto popolare, in cui evidentemente l’artista concentra la ricerca luministica, dimostrando tra l’altro una costante attenzione alle più moderne istanze artistiche  locali e nazionali.
Nel 1895 Celommi partecipa alla LXVI Esposizione Nazionale di Belle Arti di Roma (con due altri abruzzesi, Barbella e Basilio Cascella), presentando quella che è certamente la sua opera più importante: Il ciabattino (1895). In questa tela Celommi, attraverso anche la lezione patiniana, assorbe e rielabora il linguaggio naturalistico di pittori quali Meissonnier e Fortuny, ottenendo non soltanto un perfetto illusionismo dinamico ma anche e soprattutto una forte resa espressiva del personaggio.
La partecipazione alla mostra romana (e non si può escludere anche un interessamento dell’amico Michetti) dà a Celommi l’occasione di allacciare un rapporto di collaborazione con la galleria capitolina dei fratelli d’Atri che, insieme alle gallerie Beckerans e Winterstein, gli assicurerà una certa stabilità economica e una vasta circolazione delle sue opere, nell’area mitteleuropea soprattutto, per tutto il resto della vita.
Sono gli anni in cui il suo lavoro si concentra di più sulla ricerca luministica en plen air, portandolo a realizzare quelle marine per cui ancora oggi è noto come “il pittore della luce” e per cui lo stesso Michetti – come riportano diversi giornalisti dell’epoca -  lo ritiene “insuperabile”.
Muore nella sua casa di Roseto il 9 agosto 1928.

Giorgia Calisti

Fotografia:

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