Oreste Recchione Previous

Le rive del Sangro

Le rive del Sangro – l'approssimarsi del temporale

Con questa opera, eseguita prima del 1888 e presentata  alla Promotrice di Napoli dello stesso anno, siamo di fronte senza ombra di dubbio ad uno dei capolavori assoluti (se non addirittura “al capolavoro”) del valevole pittore palenese Oreste Recchione. Il giudizio, aldilà dall'essere enfatico, risulta ampiamente condiviso dagli studiosi ed estimatori dell'Artista sia coevi che posteriori. Fra gli ultimi  citiamo C. Savastano (cfr. Oreste Recchione poeta della natura, Chieti 1996) che appunto annota: “... Bisogna invece giungere al 1888 e al dipinto che espose alla XXIV Promotrice Napoletana , per imbattersi nell'opera di Recchione che parve avere il maggior consenso di tutte: Le rive del Sangro – l'approssimarsi del temporale, al quale Francesco Netti riservava un ricordo eccellente...”

Altamente lusinghiero è il commento riservato all'opera, fra i critici coevi, da Mario Ricciardi sulla rivista napoletana “ Fortunio” del 2 dicembre 1888.  Egli infatti così scrive: “... in questa esposizione [la Promotrice n.d.r.] ... Oreste Recchione espone un paesaggio: Le rive del Sangro all'appressarsi della bufera. Tutto  il davanti del quadro è occupato dal prato, che incomincia piccolissimo in fondo e si viene allargando sul davanti: nel mezzo scorre il Sangro; nell'angolo sinistro è una macchia di cespugli. A sinistra del quadro, in lontananza, piove: a dritta si squarciano le nubi e quasi sorride un raggio di sole. In fondo si delinea appena la catena degli Appennini. Nel primo piano e poi via via lontanando, sono de' tronchi d'albero recisi di recente. Un contadino ch'attendeva a questa opera, vedendo la bufera che viene, veste la giacca, con quell'aria d'indolenza e d'indifferenza propria del campagniuolo: più in là, sotto un albero, una donna si ripara da' primi goccioloni, mentre, accanto, un giovane affastella le ultime legna; in fondo s'allontana un ciucherello carico ed altre figure.

Il quadro, come vedete, è difficilissimo: in prima per la diversa disposizione della luce, che piove dall'alto ineguale; poi, per quel fiume maestoso e poi e, forse di più, per quella varia e grande e ricca gradazione di verde. E non è una macchia, è un quadro. I tronchi degli alberi sono fatti con una invidiabile maestria di disegno e di colore; ve n'è alcuni, tagliati di recente, in cui il taglio fresco si vede proprio e pare quasi debba gocciolarne la corrente linfa. Qua e là schegge, fatte dal tagliatore recidendo l'albero, sono gittate con sapiente arte e naturale efficacia. Voi sentite che ognuna di quelle parti l'artista ha studiata, e la maniera con cui sono messe insieme v'indica lo stile per cui Recchione non è Campriani e viceversa. E qui è il segreto dell'arte. La macchia non vi dirà mai, per guardare che voi facciate, l'ultima gradazione, l'impercettibile sfumatura, ch'è l'affastellato fra una tinta e l'altra. La macchia ha bisogno di essere guardata, fuggendo: questo quadro tanto più vi piace quanto più lo guardate....

Certo de' difetti sono anche qui; ma non giova andar sofisticando dove molte bellezze e rare si trovano.

E pure questo pittore così forte, al volgo è poco noto: è ammirato però ed apprezzato dagli artisti veri. Il grandissimo Morelli, al quale un giorno io chiesi di Oreste Recchione, mi disse: - E' uno de' più forti paesisti!
Questa lode, certo, gli basta....”
(cfr. M. Ricciardi, Oreste Recchione, in “Fortunio, Cronaca illustrata della domenica”, Napoli, 2 dicembre 1888).

   Altrettanto significativo è il giudizio espresso dallo studioso V. Della Sala (in Ottocentisti meridionali, Napoli 1935). Scrive il critico: “... Le rive del Sangro ...è di quelle tele che rivelano un artista. Il Recchione non si limita a riprodurre il  primo pezzo di paese  capitatogli sott'occhio né è di quelli che se lo compongono di maniera fra le pareti dello studio. Austero e scrupoloso in arte, com'è nella vita, dà sempre il vero quale gli si presenta e quale la sua fine anima di artista lo intende e lo comprende. E' tra i pochissimi che abbia un profondo sentimento della natura, ma così poetico, così ideale,  così alto, che ogni suo quadro è un piccolo poema che gli scaturisce dal cuore: le sue campagne parlano un linguaggio speciale, le acque, gli sfondi, i filari d'alberi, il cielo sono   animati, parte dell'immensa natura che parla a chi la sa intendere  e così egli, intendendo e sentendo, la fa parlare a chi la guarda  nelle sue tele belle e luminose. Quell'acqua del Sangro, quel pezzo di bosco, quell'aria piovigginosa erano di una mestizia profonda ma soave, mite, poetica. E la pittura è fine, composta. Tutto vi è lindo, e, direi, aristocratico: non grossezze, non asprità, non eccessi, mai, non istridori di tinte o di toni; e in tanta freschezza giovanile, quanta correttezza e temperanza e misura da artista provetto, che ama il bello e stima, anzi, idolatra l'arte sua e dipinge, tutto compreso nella nobile missione e del glorioso passato di essa. In quegli alberi abbattuti, in quel cielo grigio, in quell'aria greve e penosa, nel lavoro del tagliaboschi interrotto dalla pioggia, nelle movenze del contadino che si copre per andar via, in quella donna che si ripara dall'acqua, che vien giù, addossandosi ad un albero, c'era profondità di sentimento e di verità così alti ed umani, poetici e tragici, che tutto un mondo di sensazioni vi si agitavano nella mente, dinanzi a quella piccola opera d'arte. I giovani ammiravano quel quadro, come comprendevano e attentamente ascoltavano quell'artista, quando parlava dell'arte e dei nobili propositi che essa sa ispirare.  Ascoltavano dalla sua bocca di poeta innamorato ciò che egli sentiva nella natura e comprendevano, così, che l'arte non è solo lenocinio di forme, non circoscritta da appariscenza, e non è solo il vero o tutto il vero...”

   Del dipinto si era persa traccia da svariati decenni e non se ne possedeva memoria alcuna ancorché fotografica; esso era noto esclusivamente per la descrizione analitica dei critici dell'epoca resa alla stampa, tali quelle riportate in precedenza di Netti, di M. Ricciardi e V. Della Sala. La sua ricomparsa nel mercato dell'arte è da considerarsi a tutti gli effetti una vera, rinnovata oltre che stupefacente“scoperta”, tale da suscitare per la critica interesse quasi alla stregua di un “inedito”, rinnovando e accrescendo la stima e le considerazioni di merito nei confronti del Recchione. Erano invece noti alcuni studi preparatori parziali del quadro: è significativo fra questi in particolare un olio su cartone (cm. 24 x 36 in Collezione privata) denominato Boscaiolo (cfr. Tav. XXI in C. Savastano, B.M. De Luca, op. cit.) con alcune repliche.

   Lo studioso e collezionista Renato Colantonio, tra gli altri,  che ha firmato la scheda di Oreste Recchione in Gente d'Abruzzo – Dizionario biografico (Andromeda Ed. , Castelli, 2007) etichetta erroneamente in didascalia (pag. 328) come Le rive del Sangro all'appressarsi del temporale,  un'altra opera che corrisponde invece più propriamente a quella nota come Avvicinarsi della tempesta (olio su tela cm. 65 x 80).

   Il dipinto in oggetto risponde in maniera formidabile all'applicazione dei principi della “osservazione dal vero” (col solo permesso di una minima reinterpretazione dei luoghi mediata efficacemente da “appunti” e schizzi preparatori) così come propugnato dalla scuola di Filippo Palizzi. A questa impostazione di metodo si associano, come più specifici del Recchione,  la solita, magistrale rappresentazione dei piani prospettici; la presenza campeggiante in primo piano di un monumentale elemento arboreo (ricorrente in molte opere del Palenese, vedi fra tutti Una sera d'autunno fra i monti d'Abruzzo - olio su tela cm. 212 x 135 conservato  nel museo napoletano di Capodimonte- , nonché  il meno famoso Taglio di alberi, un olio su tela cm. 19 x 31 in Collezione privata) e di assoluta particolarità, un esaltante e “rabbrividente” studio della luce oltre che la resa straordinaria dell'atmosfera complessiva di “ambiente umido” di cui parla il Netti.

   Piace inoltre rilevare la vivacità e l'efficacia recitativa delle  figure umane interpolate nella composizione in gran parte naturistica, per le quali figure non è estranea la stessa lezione del venosino Giacomo Di Chirico (Venosa 1844 – Napoli 1883), altro grande interprete della vicenda pittorica dell'Ottocento napoletano, anch'egli ingiustamente dimenticato e “riscoperto” solo di recente, grazie ad una accurata ricerca monografica di Isabella Valente (cfr. I. Valente , Giacomo Di Chirico tra storia e realtà 1844-1883, Calice Ed., Rionero in Vulture, 2008).

   Fra le notazioni ricorrenti è il  tema dell'albero reciso; esso è dominante anche in un altro famoso e celebrato dipinto del Nostro: Lupetto in ufficio (olio su tela, cm 98 x 65, in Collezione dell'Amministrazione provinciale di Napoli , di recente riproposto nella Rassegna denominata  La Scuola di Resina nella collezione della provincia di Napoli e da raccolte pubbliche e private, Napoli , Quadreria del Pio Ordine della Misericordia, 2012-2013 con Catalogo Artèm, Napoli) oltre che in prove minori soprattutto in forma di “studio”.

   Lo studioso e critico Gianluca Berardi si esprime sull'opera sottolineando fra l'altro che “.... il rapporto con il quadro di Giuseppe De Nittis Traversata degli Appennini, del 1867 -opera esemplare per i dettami seguiti all'interno della Scuola di Resina- è più che una parentela iconografica: è chiaro che Recchione guardi a De Nittis per elaborare un linguaggio realista “semplice” e una visione nitida e cristallina, citando in questo caso il gioco chiaroscurale delle nuvole. In pratica il quadro è l'estremo riflesso delle lezioni di Adriano Cecioni all'interno della Scuola di Resina e in questo trovo la sua importanza assoluta”.

   E' da opere come questa ed alcune altre fra quelle magistrali (Lupetto in ufficio; Avvicinarsi della tempesta; Una sera d'autunno fra i monti d'Abruzzo; Pastorello sotto il monte Coccia) che deve ripartire lo studio e il giudizio aggiornato su Oreste Recchione il quale alla luce di tali prove (e sulla base stessa di quanto già riferito da illustri critici del suo tempo) deve essere riconsiderato come uno dei pittori più validi nell'intero panorama dell'Ottocento napoletano.

Pasquale Del Cimmuto

Autore: Oreste Recchione
Informazioni: olio su tela cm 98 x 142 - firmato in basso a destra O. Recchione - Collezione privata

Leave a Comment

Contatti

  • Italian (IT) translation has not been installed, but is available. To fix this problem simply install this extension once again, without uninstalling it. Learn more.
captcha
Reload

Riconoscimento

 

 

Il presente sito utilizza i "cookie" per il suo funzionamento e per facilitarne la navigazione.